I prestiti dal francese, che i linguisti chiamano gallicismi, costituiscono uno dei gruppi più numerosi di forestierismi presenti nella lingua italiana. Nel complesso, rappresentano circa il 3,9% del lessico italiano. Se si considera il solo lessico di base, cioè il gruppo di parole più comuni, la quota supera il 7%, una percentuale nettamente superiore persino a quella degli anglismi (circa 2,8%). Si tratta dunque di un'influenza quantitativamente rilevante, stratificata nel tempo e profondamente integrata nell'uso quotidiano.
La categoria comprende sia i francesismi in senso stretto, legati soprattutto al francese antico (prestiti dalla lingua d'oïl, detti anche oitanismi), sia i provenzalismi, derivati dalla lingua d'oc (o occitanismi). Senza entrare nel dettaglio dei flussi linguistici reciproci - che riflettono anche la forte espansione della cultura italiana oltralpe in età rinascimentale - l'influenza del francese sull'italiano si manifesta in modo continuo, con due fasi particolarmente intense: tra il Duecento e la prima metà del Trecento, e tra la fine del Seicento e i primi anni del Novecento.
Le ragioni di questa contaminazione sono molteplici. Alla vicinanza territoriale si aggiungono le diverse dominazioni che interessarono la penisola italiana: dapprima i Carolingi, poi i Normanni e gli Angioini nel Mezzogiorno, quindi l'ondata rivoluzionaria e il periodo napoleonico, che coinvolsero l'intero territorio. Ma accanto ai fattori politico-istituzionali, un ruolo centrale fu svolto dagli scambi economici e commerciali. Già in epoca medievale, i traffici mercantili costituirono un potente veicolo di diffusione linguistica: sia attraverso la circolazione di testi mercantili scritti, sia per la necessità pratica dei mercanti italiani di comunicare con quelli stranieri, individuando rapidamente beni, tecniche e strumenti di scambio. Nel percorso MUDEM "L'avventura della moneta" vedremo come gli interessi di Francesco Datini, il grande mercante di Prato attivo tra fine Trecento e inizio Quattrocento ruotassero in ampia misura lungo l'asse Italia-Francia.
Lo stretto legame della penisola italiana con la Francia, del resto, è testimoniato anche dalla cosiddetta Via Francigena - letteralmente la strada "generata dai Franchi". Questo insieme di percorsi, che collegava Roma con il cuore del mondo transalpino fino a spingersi a Canterbury, non fu solo un'arteria di pellegrini e mercanti, ma un vero e proprio canale che favorì scambi culturali e linguistici.

Figura 1. La via Francigena ad Ariano Irpino (© ALC – Fonte: Wikimedia Commons)
Anche un nome proprio molto comune, Francesco, racchiude tracce di questi rapporti. Derivato dal latino medievale Franciscus, il termine si riferiva non solo all'essere franco, cioè "libero", ma anche a ciò che appartiene al popolo dei Franchi, quindi "francese". Il nome si diffuse grazie alla popolarità del santo di Assisi, vissuto all'inizio del XIII secolo. Eppure, Francesco non si chiamava così: la madre lo aveva fatto battezzare Giovanni; fu il padre a mutarne il nome. La famiglia apparteneva a quella borghesia emergente che si era arricchita proprio grazie al commercio di stoffe con l'Oltralpe, e il nome - allora inconsueto - sembra alludere a quei fruttuosi legami economici. Agli affari in Francia fa riferimento anche Dante nel XV canto del Paradiso, quando, per bocca di Cacciaguida, osserva come "qualche donna cominciava ad essere per Francia diserta", abbandonata a lungo dai mariti impegnati nei commerci d'oltralpe.

Figura 2. Francesco di Assisi (Fonte: Wikimedia Commons)
Dal lessico legato ai traffici commerciali ereditiamo numerosi termini ancora oggi comuni. Derrata (dal francese antico denrée): traeva origine dal latino denariata, derivazione di denarius (denaro), e indicava letteralmente "ciò che si acquista con un denaro". Profitto deriva dal francese profit (dal latino profectus, quindi "progresso, profitto"). Detta (debito) viene invece dal francese dette, mentre quitare o chitare, "liberare da un debito", discende dal francese antico quiter (libero da un'obbligazione); da qui anche quitanza, chitanza, quietanza, quindi poi - nel significato di più uso comune - quale ricevuta di pagamento rilasciata al debitore dal creditore che riscuote.
Curioso il caso di mancia, che deriva dal francese antico manche, "manica". Il termine sembra risalire ai tornei medievali quando le dame donavano una manica del loro vestito ai loro cavalieri del cuore, come segno d'amore e augurio per la vittoria. E il cavaliere se la legava alla spalla della corazza e la manica svolazzava al vento come una bandiera.
Dalla seconda metà del XVII secolo la Francia diventa epicentro culturale, politico ed economico in Europa, sostituendo progressivamente la preminenza spagnola. In una penisola italiana frammentata, e politicamente debole, si diffuse una vera e propria gallomania in ampi settori della vita aristocratica e borghese: dall'ambito militare all'abbigliamento, dalla gastronomia all'arredamento e alla vita domestica; profonda è anche l'impronta sulla vita intellettuale, dalla politica all'amministrazione, alla filosofia e alle scienze sociali.
Numerosi sono i termini che si diffondono nella penisola italiana in ambito economico, tra i quali ricordiamo: aggiotaggio (dal francese agiotage), conto corrente, malversazione (malversation, da malverser "malversare"), manifattura, processo verbale[1]. Ma anche commerciare, contabilità-ufficio contabile (comptabilité, da contabile dal termine comptable, derivazione di compter "contare"). Il termine burò , dal francese bureau, ufficio, rimanda a un aneddoto curioso: via de' Burrò a Roma, nel rione Colonna, prende il nome dal termine francese - adattato al parlato romanesco - proprio perché ospitava gli uffici della Dogana durante il periodo napoleonico.
Più in generale, il francese divenne la lingua internazionale predominante, specialmente dal XVII al XIX secolo, nel campo della diplomazia e della cultura europea, prima di essere scavalcata dall'inglese. Dalla pace di Rastatt del 1714 - che pose fine alla Guerra di Successione Spagnola e regolò complessivamente il nuovo assetto territoriale europeo - il francese sostituì il latino quale lingua di redazione dei trattati internazionali. La lingua francese venne utilizzata anche durante il Congresso di Vienna, che pur pose fine definitivamente ai moti rivoluzionari e alle conquiste napoleoniche. La diplomazia utilizzò unicamente la lingua d'oltralpe fino al Trattato di Versailles (1919), redatto sia in francese sia in inglese: quasi un passaggio di testimone tra le due lingue. Ancora oggi il francese è una delle lingue ufficiali in molte organizzazioni internazionali come l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e la North Atlantic Treaty Organization (NATO).
La contaminazione linguistica ha prodotto nel tempo anche i cosiddetti pseudo-francesismi: parole mutuate dal francese ma usate in italiano con significati diversi o più specializzati rispetto all'originale. Un caso molto noto è bidet, termine che in origine significava "piccolo cavallo", invenzione francese di fine Seicento-inizio Settecento, il cui significato proprio è stato mutuato per denominare l'apparecchio igienico da bagno. Una curiosità: furono proprio i reali francesi a introdurre uno dei primi bidet nella penisola italiana. La principessa Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, moglie di Ferdinando IV di Borbone, lo fece installare nella seconda metà del Settecento alla Reggia di Caserta, dove è ancora oggi possibile vederlo. Decisamente uno strumento insolito, descritto nei documenti dai Savoia come "strano oggetto a forma di chitarra", a testimonianza della sua novità.

Figura 3. Il bidet della Reggia di Caserta, voluto dalla principessa Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, moglie di Ferdinando IV di Borbone (Fonte: Reggia di Caserta, Profilo X)
Un percorso in parte analogo riguarda garage, letteralmente "mettere al riparo", e, in ambito economico, caveau, come si chiamano i locali sotterranei di sicurezza che le banche utilizzano per la custodia di titoli e valori. Derivato da cave, il termine indicava originariamente una cantina o un locale sotterraneo, una grotta.

Figura 4. Il caveau della Filiale di Genova della Banca d'Italia (© Postcrosser - Fonte: Wikimedia Commons)
Nel secondo dopoguerra, cave venne usato anche per designare i celebri locali jazz e intellettuali delle caves di Saint-Germain-des-Prés, frequentate, tra gli altri, da Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Albert Camus e Juliette Greco.

Figura 5. Boris Vian e la sua orchestra jazz al club Le Tabou, nel 1947, a Saint-Germain-des-Prés, Parigi. Sullo sfondo, Juliette Gréco e Anne-Marie Cazalis (© Gonzague DREUX/GAMMA RAPHO. Fonte: Le Figaro À Paris, le jazz illumine la Libération)
In tutti questi casi, il lessico racconta una storia di scambi materiali e simbolici: merci, denaro, istituzioni, pratiche sociali e fenomeni culturali. Le parole viaggiano insieme agli affari, e i gallicismi ne sono una traccia duratura e visibile nella lingua italiana.