Mercanti falsari nel Medioevo. Moneta, fiducia e inganno sulle rotte del Mediterraneo

Trasporto di merci sulla Via della Seta

Perché la moneta funzioni, e possa servire sia per comprare merci sia per mettere da parte e conservare il valore della ricchezza accumulata nel tempo, deve poggiare non sulla fiducia di una sola persona, ma su quella di tutti. È in questo gioco di fiducia reciproca che nasce il valore della moneta. Ma nello stesso gioco può insinuarsi la tentazione di approfittarsene: la falsificazione. Alcuni episodi del XII secolo mostrano bene quanto la moneta dipendesse dalla fiducia e come, proprio da essa, potesse nascere anche la possibilità dell'inganno.

All'epoca, l'Europa cristiana comprava molti beni prodotti in Africa, più di quanti l'Africa ne acquistasse dall'Europa. Come scrive lo storico Peter Spufford nel suo libro sulla moneta medievale, «i pastori transumanti, dalle montagne dell'Atlante fino alla Libia, fornivano pelli e lana in grandi quantità agli europei. L'importante industria conciaria pisana, ad esempio, dipendeva in larga misura dalle pelli nordafricane. L'apicoltura dell'attuale Algeria forniva miele e, più precisamente, cera d'api, in quantità tanto grandi che il principale porto di questa regione, Bugia, diede il suo nome alle candele di cera in francese (Bougie)» (Spufford, 1988, p. 171).

In quei secoli l'Europa produceva molto argento, mentre l'Africa era ricca d'oro. Questa differenza determinava un valore diverso dei due metalli sulle due sponde del Mediterraneo: per ottenere la stessa quantità d'oro, in Europa serviva più argento di quanto ne servisse in Africa. Per questo i mercanti europei usavano l'argento per pagare le merci provenienti dal Nord Africa.

Quel flusso di metalli preziosi non solo rendeva possibili gli scambi tra le due sponde del Mediterraneo, ma finì anche per creare le condizioni di un episodio affascinante: una particolare forma di falsificazione monetaria. Nei territori governati dagli Almohadi - una dinastia musulmana che controllava gran parte del Maghreb e della Spagna - quell'argento veniva coniato in monete quadrate chiamate dirham e mezzi dirham. Gli europei le chiamavano millares, miliarenses, miliaresi o miglioresi. Già verso la metà del XIII secolo, alcuni mercanti europei cominciarono a portare con sé, oltre ai lingotti d'argento per i pagamenti, anche miliaresi falsi, monete imitate dai dirham africani e fabbricate di nascosto vicino ai loro porti d'origine, per spenderle nei traffici.

Quelle monete contraffatte portavano inciso un messaggio religioso: «Non c'è Dio al di fuori di Allah e Maometto è il suo profeta». È curioso che, come nota Harari, «i cristiani timorati di Dio non ebbero difficoltà a usare queste monete», nonostante le parole blasfeme. «Cristiani e musulmani, che non riuscivano a essere d'accordo sulla fede, potevano però condividere un'altra fede: quella nel denaro. Perché, laddove la religione chiede di credere in qualcosa, il denaro ci chiede di credere che altri credano in qualcosa» (Harari, 2019).

Credere tutti nella stessa cosa significa anche fidarsi gli uni degli altri. La moneta non vale per la materia di cui è fatta, ma per la fiducia che ispira nelle comunità in cui circola. Non importa se sia fatta di conchiglie di ciprea (i cauri), di sigarette - come accadeva nei campi di concentramento - o di un dischetto di metallo con disegni e iscrizioni: la materia serve solo a dare corpo alla fiducia. Quest'ultima, però, resta un fatto psicologico e sociale. È proprio su questo terreno, dove la materia assume un significato sociale, che può nascere l'inganno. La falsificazione si insinua là dove la fiducia è abbastanza forte da sostenere il valore delle monete, anche di quelle false.

Le zecche dell'Europa cristiana del XII secolo poterono imitare i dirham, i miliares, proprio perché i loro partner commerciali, sull'altra sponda del Mediterraneo, si fidavano del fatto che quelle monete quadrate sarebbero state accettate da tutti. È una fiducia che coinvolge chiunque: siamo disposti a lavorare, a girare hamburger sulla piastra, a vendere assicurazioni sanitarie o a fare da babysitter a tre bambini vivaci, in cambio di pezzi di carta colorata, solo se - come scrive Harari - «abbiamo fiducia nelle invenzioni della nostra immaginazione collettiva. La fiducia è la materia prima da cui sono coniati tutti i tipi di denaro» (Harari, 2019, p. 227).

In questo senso, raccontare la falsificazione della moneta significa occuparsi non solo di materia - metallo e carta - ma anche di psicologia e di politica. È una storia fatta, da un lato, di tecnologia, di leghe metalliche, di chimica e di fisica; e dall'altro, di qualcosa di più sottile: la fiducia collettiva, la "fede pubblica" che il diritto considera il bene violato da chi falsifica. In definitiva, una storia della falsificazione monetaria deve tenere insieme metallo e fiducia, tecnica e vita sociale, scienza e legittimità. Il falso non è solo un crimine economico, ma un'offesa alla rete invisibile di credenze che sostiene il valore e la funzione della moneta. Per questo, la storia della falsificazione non è soltanto un elenco di frodi e inganni: è anche lo specchio delle società che producono e usano il denaro, e del modo in cui esse costruiscono e trasmettono fiducia.

Bibliografia

Harari Y. N. (2017), Sapiens. Da animali a dèi:breve storia dell'umanità, Bompiani
Spufford P. (1988), Money and its use in Medieval Europe, Cambridge University Press.

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