
Fig. 1: “Weights, Balance, and Gold Dust", collezione privata.
Gennaio 1471, Elmina, golfo di Guinea.
Un gruppo di mercanti europei vede per la prima volta un insieme di oggetti sconosciuti, usati per pesare polvere d'oro. Un uomo bianco vuole scambiare la sua pistola con gli ornamenti d'oro di un dignitario africano, che rifiuta ed offre in cambio della polvere d'oro. Per misurare la quantità necessaria, estrae da una sacchetta una bilancia, un cucchiaio e una scatola di bronzo; da essa recupera della polvere d'oro, che pesa assieme a una figurina di metallo, rappresentante un coccodrillo con in bocca un pesce.
Il dignitario africano, dapprima urgentemente consigliato dal suo entourage di notabili di non partecipare alla transazione, sceglie questo peso in particolare per comunicare ai suoi compagni che non aveva altra scelta: il coccodrillo, che è infatti il re delle acque nella simbologia Akan, rappresenta l'uomo in una posizione di potere, che non può essere ostacolato. In questa situazione, l'uomo bianco con un'arma da fuoco, potendo rapinare il dignitario dei suoi ornamenti, si trova in una posizione di potere appunto. Risulta più che prudente accettare un simile scambio.
Questo episodio riportato dallo storico francese R. Cornevin attesta uno dei primi incontri tra gli europei e il sistema economico Akan (Costa d'Avorio e Ghana), almeno dal XV secolo, basato su un sistema di pesatura della polvere d'oro, attraverso dei piccoli pesi (sikayôbwê).
Per il gruppo etno-linguistico Akan l'oro era un risorsa fondamentale: minerale molto presente sul territorio, finì per rappresentare ricchezza, prestigio politico ed essere alla base dell'economia. L'oro veniva scambiato, esclusivamente in polvere, pesata con precisione tramite bilance e piccoli pesi in metallo, veri e propri strumenti di misurazione. Secondo fonti orali, questi pesi furono creati dagli antenati, in metalli come bronzo, rame e ottone, e potevano essere sia figurativi che non.
Niangoran-Bouah, etnologo ivoriano, sostiene che la polvere d'oro fosse impiegata in tutte le transazioni. Altri autori ritengono che venisse utilizzata solo per scambi di una certa consistenza (piroghe, partite di beni alimentari, dote matrimoniale, tasse, etc.) da parte di specifiche classi come mercanti e funzionari regali.

Fig. 2: "Peseurs d'or", Marcel Monnier, 1892, Costa d'Avorio. “France Noire Cote d’Ivoire et Soudan”, Paris, E. Plon, Nourrit et cie, 1894.
Inoltre, Niangoran-Bouah sostiene che i pesi stessi venissero considerati come moneta dagli Akan, nonostante non venissero direttamente scambiati. A sostegno di ciò, i suoi informatori alludono all'uso originario di questi pesi: in tempi antichi, infatti, quando non erano ancora prodotti in metallo, bensì in pietra, venivano direttamente scambiati. Il detto "per conoscere il prezzo di un articolo, gli Akan interrogano la pietra", potrebbe confermarlo. Altro punto a favore di questa tesi, secondo lo studioso, è la coincidenza linguistica tra oro (sika), denaro (sikama), e pesi (sikayôbwê) tra gli Akan. A confermare questa tesi, però, non troviamo evidenze oltre alle tradizioni orali locali. Non possiamo dunque affermare con certezza che questi pesi fossero altro che strumenti di misurazione della polvere d'oro, la quale, invece, già dal XV secolo, veniva impiegata nelle transazioni, come attestano mercanti e viaggiatori europei.
Quindi, sebbene non possiamo parlare di monete, la dicitura peso-moneta si è diffusa ampiamente, in parte per questo originario uso, in parte per la confusione esistente tra i concetti di "peso", "oro" e "denaro".
L'utilizzo che veniva fatto della polvere d'oro presso gli Akan è accostabile al concetto di moneta-merce in quanto bene (orzo, bestiame, metalli vari, etc.) che funge da mezzo di scambio. Un esempio di moneta merce lo troviamo nell'antica Mesopotamia, dove l'orzo o l'argento erano utilizzati nelle transazioni commerciali e finanziarie (cfr. percorso 1 L’avventura della moneta). Anche qui il valore non era garantito da un'autorità emittente ma era tangibile, misurabile e condiviso.
I pesi nell'arco della loro storia hanno svolto diverse funzioni oltre a quella economica: legale, religiosa, testuale e comunicativa. La riscossione di debiti e tributi ne è un esempio evidente: i pesi usati in queste occasioni venivano scelti con cura per il loro significato simbolico. Un creditore, ad esempio, poteva scegliere un peso che alludesse al mantenimento della parola data, giurando di restituire la quantità pattuita, o un peso che rimandasse alla volontà di intraprendere un dialogo relativo al debito. Un sovrano poteva ordinare la creazione di nuovi pesi per sancire la propria autorità, riscuotere tributi, introdurre nuove tasse e stabilire l'importo delle sanzioni per lesa maestà.
Come si può intuire, ogni peso, figurativo o geometrico, aveva dunque un suo significato. I pesi figurativi di solito erano associati a proverbi, trasmessi oralmente, che veicolavano insegnamenti morali e sociali.
I pesi geometrici in alcuni casi presentavano rilievi o intarsi a forma di spirali, simboleggianti vita, nascita e creazione. Le svastiche, invece, erano considerate sacre e richiamavano l'unione dei due principi complementari di femminile (bla) e maschile (yaswa). Questa unione è rappresentata anche dai pesi raffiguranti due coccodrilli incrociati (Dindjé Blafou), che condividono lo stesso grembo, emblema della solidarietà famigliare. Infatti, il proverbio associato dice: "perché dovremmo combattere per una stessa preda, se tutto ciò che mangiamo e beviamo con differenti bocche finisce nello stesso stomaco?".
I pesi erano conservati nel dja, una sacchetta di stoffa che custodisce pesi e strumenti per la pesatura, metafora della conoscenza umana. Ogni peso poteva essere visto come una "pagina" del patrimonio culturale Akan, trasmesso sia da segni grafici, conosciuti solo da élite che distanziavano se stesse dal resto di una società rigidamente strutturata, sia tramite immagini e simboli conosciuti dall'intero gruppo etnico.
Nella cultura Akan, infatti, il sapere condiviso si tramanda oralmente e visivamente, attraverso immagini, proverbi e pratiche rituali. Un sistema radicalmente diverso da quello europeo, incentrato sul testo scritto. Questa differenza nei "codici di trasmissione del sapere" non rappresenta una gerarchia tra culture, ma un diverso modo di strutturare e veicolare il pensiero.
Questi oggetti non ci parlano solo di oro, ma veicolano una visione del mondo, ci parlano di un'economia basata sulla fiducia, sulla parola data e su un sapere incarnato negli oggetti. Ci obbligano a riflettere su cosa sia davvero la "moneta" e su quanto essa sia sempre legata ai valori e alla cultura di una data società.
Oggi, questi piccoli manufatti sono molto più che strumenti economici del passato. Sono eredità culturali, ponti tra culture e tra modi diversi di misurare non solo il valore delle cose, ma anche delle idee, delle relazioni e della memoria collettiva.