
Francesco Datini, il celebre mercante e banchiere di Prato, è al centro di una delle sale del futuro percorso L'avventura della moneta e della mostra temporanea Lo storico e il mercante. Federigo Melis e Francesco Datini, prorogata fino al 23 novembre. Il Fondo Datini, conservato presso l'Archivio di Stato di Prato, è una inesauribile fonte di informazioni per scoprire l'intelligenza pratica e la passione con cui Datini muoveva la sua attività economica, in un periodo decisivo della storia europea. Nato nel 1335 e morto nel 1410, Datini visse la fase di grande prosperità e vivacità culturale che caratterizzò la Toscana di quell'epoca. Fu uno dei protagonisti di quella che gli storici chiamano la "Rivoluzione commerciale", un'epoca di profonde trasformazioni negli scambi e nei metodi di gestione delle attività mercantili. A lui si deve la creazione di una rete internazionale di compagnie che concedevano prestiti e utilizzavano strumenti finanziari allora innovativi: emblematica la lettera di cambio del 1410, dove compare per la prima volta una girata, cioè la firma che trasferiva il credito a un altro mercante. Ma se sulla figura di Francesco Datini si è concentrata gran parte dell’attenzione degli studiosi, molto meno sappiamo di Margherita Bandini, la giovane donna che sposò quando lei aveva appena sedici anni e lui superava i quaranta: la classica "grande donna dietro un grande uomo", direbbe un cliché ormai logoro.
È importante che, almeno nel racconto storico, Margherita non resti nell'ombra di Francesco, perché non fu affatto questo il suo ruolo. Al contrario, merita di emergere per la sua intelligenza e per le sue capacità.
Dalle centinaia di lettere scambiate con il marito[1] che troviamo nell'Archivio Datini, si delinea una figura di primo piano: Margherita ebbe un ruolo fondamentale nell'azienda di famiglia e nel governo della casa. Imparò a scrivere - cosa rara in un'epoca in cui la scrittura era ancora uno strumento di potere maschile - e non smise mai di studiare e migliorarsi. Le sue lettere rivelano insieme sofferenza e orgoglio, ma anche una grande personalità, capacità organizzativa e intuito nel gestire rapporti con persone di ogni livello sociale. Rispondeva con acutezza, e talvolta con tono polemico, al marito spesso lontano per affari. Con il tempo migliorò così tanto nella scrittura da non aver più bisogno degli scrivani, che giudicava poco competenti o, più spesso, inadatti quando voleva esprimere pensieri e sentimenti legati alla sfera più intima e privata.
Margherita si occupava di tutto: della cantina, dell'orto, della stalla, del mulino, delle vigne. Ma il suo ruolo andava ben oltre la gestione domestica. Con il tempo, le sue responsabilità nell'azienda di famiglia aumentarono: riscuoteva crediti, riceveva merci, trattava con i debitori e non esitava a farsi valere: "A Piero di mona Mellina - scrive a Francesco nel marzo del 1393 -, fornaciaio da Filettere, òne mandato a dire, se no' ci pagha, che noi gli faremo novità". Nelle sue lettere appare una donna che sa il fatto suo, che ragiona, dà consigli ("diròne mio parere") e, quando serve, rimprovera il marito, come in questo passo del 1398: "d'ongni chosa mi darei pace, pure che fosi chognosciuto la metà di quello ch'io fo".
È bello pensare che oggi, dopo più di sei secoli, possiamo conoscere il volto di Margherita. Quel volto ci aiuta a farla emergere dall'ombra. Lo dobbiamo a un ritratto probabilmente somigliante, come osserva la storica Chiara Frugoni nel suo libro Donne medievali. Sole, indomite, avventurose. Il dipinto si trova nella tavola di Niccolò di Pietro Gerini che rappresenta la Trinità: ai piedi della Croce, i coniugi Datini sono raffigurati insieme alla piccola Ginevra, la figlia illegittima che Francesco ebbe da una schiava di nome Lucia. A quella bambina, che all'inizio fu per lei motivo di dolore, Margherita finì per dedicare tutto il suo affetto di madre mancata. Nel quadro - di cui qui si può vedere il dettaglio con il volto di Margherita - Francesco e Ginevra pregano con le mani giunte, mentre Margherita, con "grandi occhi malinconici", incrocia le mani sul petto "nel gesto della sottomissione". Come sottolinea Frugoni, fu probabilmente Francesco a suggerire al pittore i gesti da rappresentare.
Colpisce, oggi, la sensibilità di noi donne e uomini del XXI secolo scoprire che una parte dei progressi dell'economia e della finanza cui contribuì un uomo come Francesco Datini si debba in realtà all'intelligenza, alla tenacia e al carattere di una donna come Margherita. Diremmo oggi: alla sua grande competenza. Chiara Frugoni chiude il capitolo dedicato a lei con una riflessione di valore universale: "Penso che Margherita e le altre donne le cui storie ci hanno accompagnato fin qui sarebbero state d'accordo con quanto ebbe a dire Charlotte Witton (1896-1975), sindaca di Ottawa: "Qualsiasi cosa facciano le donne, devono farla due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è una cosa difficile""[2].

Figura 1. La Trinità con tre membri della famiglia Datini, dipinta da Niccolò di Pietro Gerini tra il 1405 e il 1410 (Roma, Musei Capitolini).
[1] Rosati, V. (2010). Le lettere di Margherita Datini a Francesco di Marco (1384-1410). Prato: Istituto internazionale di storia economica "F.Datini".